Thadea

La figlia segreta di Carlo V

 
Andrea Margaritelli

Copyright © Fondazione Guglielmo Giordano 2017

 
Thadea d'Asburgo o Thadea d'Austria, figlia illegittima di Carlo V imperatore. Alias Tadea o Taddea

Il viaggio nelle Fiandre e la relazione con l'imperatore

 
Il palazzo del Coudenberg, sede della corte di Carlo V a Brussel.

Perugia, primo Cinquecento.

La bellissima Orsolina, della nobile famiglia della Penna, intraprende un lungo viaggio per le Fiandre al fianco del marito Valentino de’ Cancellieri. Pare che il cavaliere perugino, conoscendo l’esuberanza della giovane sposa, non se la senta infatti di lasciarla sola per lungo tempo in patria.

Giunti a Brussel, Valentino cade in malattia e muore.

Orsolina non si scoraggia. Sicuramente facilitata nelle relazioni dal suo attraente aspetto fisico,  ha la capacità di accedere alla corte reale e di entrare in contatto direttamente con il giovane imperatore Carlo V.

Nonostante le conversazioni siano rese difficili dalla mancanza di una lingua comune, evidentemente i due trovano modo di intendersi.

Nella primavera 1522 Orsolina resta incinta.

Sono mesi in cui Carlo V offre diverse prove del suo animo sensibile all'universo femminile. Risalgono infatti allo stesso periodo le nascite di altre due figlie illegittime: Margherita e Juana.

Poco dopo questi fatti Carlo lascia Brussel diretto in Inghilterra e poi in Spagna.

 

Il ritorno in Italia e la nascita di Thadea

 
La Ca' Grande dei Malvezzi, il palazzo nobiliare di Bologna ove vide la luce Thadea.

Nel frattempo anche Orsolina è costretta a lasciare le Fiandre e riprendere urgentemente la via dell'Italia.

Deve infatti cedere all'insistenza, dai toni minacciosi, di tre suoi fratelli, preoccupati di non esporre oltre modo la famiglia a maldicenze, che evidentemente a Perugia devono aver già iniziato a circolare. 

Carlo V ordina che Orsolina sia scortata nel viaggio di ritorno e mette a sua disposizione, vita natural durante, una donna di sua fiducia, tale Giovanna di Borgogna, affinché possa assisterla fino al parto e poi prendersi cura del nascituro.

Il convoglio di viaggiatori di certo compie una delle sue soste a Bologna.

Grazie all’intercessione di Carlo V, qui Orsolina trova riservata ospitalità nella casa dei nobili bolognesi Pirro ed Ercole Malvezzi.

E proprio tra le mura della Ca’ Grande dei Malvezzi - oggi sede centrale dell’Alma Mater Studiorum - Orsolina mette al mondo una figlia di nome Thadea.

È il 23 gennaio 1523.

 

Il rientro a Perugia e la custodia del segreto

 
Panorama della campagna umbra attorno al convento e abbazia di san Lorenzo di Collazzone.

Non appena in grado di rimettersi in viaggio, Orsolina lascia Bologna e si affretta a rientrare a Perugia, ove fa ingresso da vedova, ancora giovane e attraente, custodendo in assoluto segreto la recentissima maternità.

La piccola Thadea resta invece a Bologna, insieme alla nutrice borgognona, tutto il tempo necessario per poter affrontare il trasferimento in sicurezza.

Sarà Giovanna a doversi occupare del riavvicinamento di Thadea alla madre. Intanto si lavora segretamente per predisporre un appropriato luogo di accoglienza, capace di porre la neonata al riparo dalla peste, che nel frattempo sta imperversando, ma soprattutto da occhi indiscreti.

Scartata a priori l'ipotesi di condurla a Perugia, dove alla lunga il mantenimento del segreto sarebbe risultato proibitivo, viene ricercata una sistemazione appartata e impenetrabile ai più, ma non troppo distante da Orsolina. Ancora una volta l’iniziativa è tutta in mano alle donne.

Grazie al riservatissimo interessamento delle nobili Francesca di Pandolfo Petrucci e di sua cognata Elisabetta di Giampaolo Baglioni, moglie di Camillo Orsini, per la crescita di Thadea viene dunque scelto il piccolo convento di San Lorenzo nei pressi del borgo di Collazzone, disperso nelle colline tra Perugia e Todi.

 

La fanciullezza di Thadea a Collazzone

 
Alcuni stemmi araldici riferiti a Carlo V.

Ecco dunque che in uno dei luoghi più insospettabili e defilati dello Stato della Chiesa troviamo dimorare una neonata, e poi giocare una bambina, e ancora formarsi una ragazza dall'ascendenza quanto mai singolare: senza che nessuno, o quasi, lo sappia nelle sue vene scorre infatti sangue di un blu lapislazzulo, che più regale non si potrebbe.

Volendo arrampicarsi tra i fitti rami del suo albero genealogico, a rischio di smarrirsi, si troverebbe infatti l'imperatore Massimiliano I d'Asburgo e la duchessa Maria di Borgogna, re Ferdinando d'Aragona e la regina Isabella di Castiglia, Carlo il Temerario, re Edoardo I del Portogallo, Carlo I di Borbone, re Edoardo III d'Inghilterra. E via su proseguendo.

Chiusa tra le strette mura di un convento sperduto nella campagna umbra, la figlia naturale di un imperatore dai poteri senza precedenti, capo di un regno in cui non tramonta mai il sole, viene educata e cresce tenendo gelosamente custodito il proprio segreto.

Il ritmo monotono della vita da monastero viene interrotto solo di tanto in tanto da fugaci visite della madre Orsolina. In rare occasioni giunge anche in missione riservata qualche fiduciario di Carlo V per consegnare messaggi e denari indirizzati a Giovanna e ricevere da lei notizie su Thadea.

 

Thadea incontra il padre a Bologna

 
Cavalcata dell'imperatore Carlo V a fianco di papa Clemente VII a Bologna in occasione della cerimonia di incoronazione del 1530. Particolare del ciclo di affreschi di Ermanno e Jascopo Ligozzi staccato da Casa Fumanelli in Santa Maria in Organo a Verona.

In un freddo giorno invernale di inizio 1530 l'ambasceria che giunge a Collazzone è portatrice di un messaggio del tutto fuori dall'ordinario.

Carlo V, trovandosi a Bologna per l'incoronazione a Imperatore del Sacro Romano Impero, ordina che Thadea sia prelevata dal monastero senza che nemmeno la madre sia prima informata e che venga immediatamente condotta al suo cospetto. Con ogni probabilità si tratta della prima volta che padre e figlia si incontrano.

Thadea ha appena sette anni e possiamo immaginare lo stupore di una bambina, mai uscita prima dalle spoglie mura del convento di Collazzone, ritrovarsi d'improvviso circondata di tutta la magnificenza di una corte reale. E il suo stato d'animo nell'avvicinarsi con gambette intimorite all'imperatore più potente del globo, per assaporare proprio da lui il calore rassicurante di un primo, sconosciuto, abbraccio paterno.

Per Carlo V la certezza di trovarsi effettivamente di fronte a propria figlia poggia sull’unica garanzia di Giovanna di Borgogna, che dal momento della nascita non ha sollevato un solo giorno il suo sguardo protettivo dalla bambina, come richiesto dall'imperatore.

Il rischio che le occasioni di ulteriori incontri possano essere anche molto rarefatte nel tempo porta Carlo a tutelarsi. Sarebbe infatti imprudente lasciare affidata la futura capacità da parte sua di riconoscere Thadea unicamente alla presenza in vita della fidata tutrice.

Ed ecco allora l'insolita soluzione. Si rende necessario apporre alla bambina un sigillo di garanzia, indelebile e segreto: un piccolo trigramma IHS viene dunque tatuato, poco sotto il ginocchio, nella parte esterna della gamba destra di Thadea.

Sarà per sempre l'inconfondibile segno di riconoscimento. 

In realtà l'occasione per rivedere Thadea si ripresenta prima del previsto.

Il 13 dicembre del 1532 l'imperatore, proveniente da Vienna al centro di un corteo formato da ottocento cavalli leggeri e quattromila fanti tedeschi, fa ingresso nuovamente a Bologna per incontrare papa Clemente VII e qui si trattiene fino a febbraio dell’anno successivo.

Ancora una volta Carlo non si lascia sfuggire l'occasione per rivedere la figlia.

La procedura si ripete identica. I messaggeri reali giungono d'improvviso al monastero di Collazzone per comunicare che l'imperatore vuole incontrare segretamente Thadea.

Senza indugio, si organizza così un nuovo trasferimento della bambina a Bologna.

 

Il matrimonio a sorpresa

 
Cripta romanica dell'abbazia di San Lorenzo di Collazzone (Foto: Giovanni Tarpani)

Negli anni seguenti la fedelissima e infaticabile Giovanna di Borgogna muore a Collazzone e la custodia di Thadea viene affidata ancora una volta a una donna, certa suor Battista, secondo disposizioni provenienti da Carlo V in persona. 

La vigilanza e capacità di mantenere il segreto della nuova tutrice non risultano evidentemente all'altezza di chi l'ha preceduta.

Nella primavera del 1536 l’esistenza di Thadea viene scoperta dai fratelli di Orsolina. Appena tredicenne, ad opera degli stessi viene dunque strappata con la forza dal convento di San Lorenzo e fatta sposare prima del tempo, per ragioni di interesse, con Sinibaldo dei Coppeschi.

 

La famiglia de’ Cuppis tra Montefalco e Roma

 
Giuliano della Rovere, papa Giulio II, in un celebre ritratto di Raffaello. Ebbe stretti legami con la famiglia de' Cuppis. Sua figlia Felice della rovere fu allevata da Bernardino de' Cuppis e fu influente sorellastra di Giovanni Domenico de' Cuppis.

Lo sposo scelto per Thadea appartiene all’illustre casata de' Cuppis di Montefalco.

Tra Quattrocento e Cinquecento la nobile famiglia conosce un rapidissimo balzo sociale che la proietta dalle oscurità della provincia in posizioni di primissimo piano della corte pontificia romana, grazie alla figura di Bernardino de’ Cuppis. Questi si trasferisce a Roma nei primi anni Sessanta del Quattrocento e da allora lega strettamente l’intera sua carriera alle fortune della famiglia della Rovere. Qui ricopre dapprima il ruolo di vicario del cardinale Girolamo Basso della Rovere, nipote di Sisto IV.

Poi è chiamato a svolgere un compito tanto confidenziale, quanto ben remunerato, da parte del cugino di Girolamo Basso della Rovere,  l’eminente cardinale Giuliano della Rovere. Sposa infatti Lucrezia dei Normanni, amante del cardinale, e futuro papa Giulio II, dalla quale questi attende una bambina che prenderà il nome di Felice. Bernardino si offre di prestare copertura alla figlia dell’illustre porporato crescendola come fosse la propria. All’interno di Palazzo de’ Cuppis in Piazza Navona, Felice trascorre  tutta la propria fanciullezza condividendo l’affetto della madre Lucrezia e del marito Bernardino insieme alle sorellastre e fratellastri, tra cui Giovanni Domenico de’ Cuppis. Il quale, grazie proprio al diretto interessamento di Felice, riuscirà in seguito a essere nominato prima segretario di Giulio II e poi cardinale.

 

L’ira di Carlo V e la politica matrimoniale

 
Margherita d'Austria. Figlia naturale dell'imperatore Carlo V, ha avuto origini del tutto sovrapponibili a quelle della sorellastra Thadea, essendo nata appena sei mesi prima di lei da una relazione illegittima consumata sempre nelle Fiandre.

Ciò nonostante, quando Carlo V riceve dalla madre di Thadea la notizia delle nozze, ad atto ormai compiuto, reagisce con grande irritazione, ritenendolo un matrimonio non all'altezza del suo rango. Ma soprattutto non proficuamente gestito.

Le figlie di un re, anche se illegittime, rappresentano infatti una risorsa preziosa, e dunque da gestire con assoluta oculatezza, per alimentare una politica matrimoniale volta a rafforzare le relazioni diplomatiche esistenti o a stringerne di nuove.

Tutto ciò capita oltretutto in un momento in cui le attenzioni di Carlo V sull'argomento non potrebbero essere maggiori.

Nell'inverno tra il 1535 e il 1536 l'imperatore si trova infatti a Napoli per partecipare alle nozze tra un’altra sua figlia illegittima, Margherita d'Austria, e Alessandro de' Medici detto il Moro, pronipote di Lorenzo il Magnifico e probabile figlio naturale di papa Clemente VII.

 

Il viaggio di Carlo V da Napoli a Roma

 
Ritratto di Carlo V di Tiziano (particolare).

Lasciata la città di Napoli a inizio primavera il corteo imperiale formato da quattromila fanti e mille cavalieri si avvia in direzione di Roma risalendo la via Appia.

Appena varcata la linea di confine del Regno di Napoli, Carlo V trova ad attenderlo gli avamposti della delegazione inviata dal papa per porgergli il benvenuto nello Stato della Chiesa e scortarlo fino a Roma.

Il primo incontro ufficiale con la delegazione papale avviene all’interno del castello di Sermoneta, storica roccaforte dei Caetani, il 2 aprile 1536.

Qui Carlo V fa conoscenza personale del legato pontificio che Papa Paolo III ha incaricato dell'importante missione diplomatica: si tratta del già citato cardinale Giovanni Domenico de' Cuppis, ovvero un parente prossimo dell'indesiderato nuovo genero, il marito di Thadea.

Difficile pensare che possa trattarsi di una pura casualità.

Con ogni probabilità il cardinale de' Cuppis ha chiesto e ottenuto dal papa di poter ricoprire questo ruolo, proprio per accreditare la propria famiglia agli occhi dell'imperatore. 

E Paolo III, a sua volta, deve averlo concesso, avendo valutato proficuo per la Chiesa utilizzare a proprio favore questo fresco legame.

Nel trasferimento tra Sermoneta e Roma, pur nel rispetto dei ruoli e delle norme imposte dal protocollo, i due devono aver trovato tutto il tempo di approfondire la conoscenza, anche più strettamente personale.

 

La visita di Carlo V alla corte pontificia

e la lettera di rimprovero a Orsolina

 
Ritratto di Carlo V a cavallo di Tiziano (particolare).

Sta di fatto che Carlo V, giunto a Roma il 5 aprile 1536, non appena espletati i primi fondamentali obblighi di rappresentanza verso il papa e la corte cardinalizia,  si affretta a prendere carta e penna per scrivere a Orsolina, che si trova a Perugia. 

La lettera è infatti datata 13 aprile 1536. L'imperatore nella sua missiva, utilizza il francese, ma in alcuni passaggi si rivolge direttamente all’amata di un tempo con brevi frasi in italiano. Confermando così nei fatti il fondamento di una celebre frase a lui attribuita: “Parlo spagnolo a Dio, italiano alle donne, francese agli uomini, e tedesco al mio cavallo”.

L’imperatore prende atto delle scuse di Orsolina e del fatto che si sia dichiarata dispiaciuta ed estranea a ogni responsabilità nel matrimonio della figlia, ma non perde l'occasione di ribadire tutta la sua disapprovazione e rabbia per il fatto di non essere stato prima interpellato.

Ciò nonostante compie un gesto di significativa distensione.

Annuncia infatti a Orsolina che presto riceverà comunque un appannaggio di ben tremila scudi d'oro da destinarsi al "profitto e utilità" della comune figlia Thadea.

Carlo V conclude la sua missione diplomatica romana con la celebrazione della Pasqua il 16 aprile e, l'indomani, con un celebre discorso al Concistoro in cui lascia papa, cardinali, e ambasciatori stranieri letteralmente ammutoliti. A sorpresa, propone infatti di risolvere l'ormai insanabile rivalità con la Francia sfidando personalmente Francesco I a battersi con lui in un singolare duello cavalleresco.

 

Carlo V risale l’Italia e scrive nuovamente a Orsolina

 
Il ferimento a morte di Carlo III di Borbone, generale delle truppe imperiali durante il Sacco di Roma del 1527.

Il 18 aprile Carlo V lascia la città di Roma per risalire la penisola.

Evidentemente il pensiero del matrimonio non approvato di Thadea rappresenta in quei giorni di viaggio un tormentoso tarlo nella mente del re.

Trascorsa neanche una settimana dall'invio del primo messaggio, ecco l'imperatore immergere nuovamente la penna nell’inchiostro.

La lettera, datata Roma 19 aprile 1536, ma in realtà vergata probabilmente a Viterbo, lascia intravedere bene quale sia lo stato d'animo e la preoccupazione principale dello scrivente: capire meglio chi siano esattamente i de' Cuppis e che posizione abbiano avuto, o possano giocare in futuro, nell'intricato scacchiere delle alleanze italiane.

Ecco l'incipit, diretto e senza troppi preamboli:

"Je prie votre signeurie que vous me faictes entendre celluy Sinibauld de Monfaulcon lequel dicte estre de la maison de Copeschis, avec lequel est mariee nostre fille Thadee, et de quelle affinite appertient le dit Sinibauld au colonel lucanthoine

(“Prego vostra signoria di farmi sapere questo Sinibaldo da Montefalco, il quale si dice essere della casata dei Coppeschi, con il quale è sposata nostra figlia Thadea, con quale grado di parentela è legato al colonnello luranthoine”).

Ma chi sarebbe più precisamente il "colonel lucanthoine" di cui Carlo V intende ricevere rapide notizie attingendo alla fonte originaria e riservata di Orsolina?

 Oggi sappiamo trattarsi di Luca Antonio de' Cuppis, passato alla storia come Lucantonio Cuppano, detto il Gazissa, che fu valoroso capitano di ventura e “occhio destro” di Giovanni delle Bande Nere, secondo l’efficace definizione di Pietro Aretino. Costui fu personaggio di spicco delle cronache militari dell'epoca ed ebbe non piccolo ruolo nelle vicende del celebre sacco di Roma, avvenuto appena nove anni prima. Memoria ancora freschissima e incancellabile, dunque.

Il 5 maggio 1527 le truppe imperiali comandate da Carlo di Borbone cercarono di sferrare l'attacco decisivo alle mura della Città Eterna e Lucantonio de' Cuppis si trovava sul fronte opposto, impegnato a proteggere papa Clemente VII, la corte pontificia e l'atterrita popolazione romana, dalla ferocia degli assalitori, che in caso di vittoria, avevano già lasciato presagire violenze e guasti di una brutalità senza precedenti.

Forse Carlo V si informava trovando desiderabile la conferma di una parentela con un uomo di cui era universalmente riconosciuto il grande coraggio e valore militare? Tanto più in quel momento in cui i rapporti con la Chiesa si stavano rafforzando ed era dunque utile per lui prendere distanza dalle scomode memorie delle devastazioni lanzichenecche?

 È un'ipotesi. 

Ma all'inverso è ugualmente plausibile che potesse risultare per lui imbarazzante apprendere che il sangue del suo stesso sangue si era appena mescolato a quello di uno dei più temuti e ostinati nemici dell’esercito imperiale. Come se non bastasse, il Cuppano si era pure disputato il merito con Benvenuto Cellini di aver ucciso il Generalissimo Carlo di Borbone con un preciso colpo di archibugio al basso ventre…

Difficile interpretare quale fosse il reale stato d'animo dell'imperatore.

Resta comunque il fatto che Carlo V, in attesa di trovar soddisfatta da Orsolina la sua impellente curiosità, si rivolge a lei con animo apparentemente rasserenato, spendendo parole rassicuranti, quasi affettuose.

Sembrerebbe che l'aria romana abbia giovato all'imperatore e che, a distanza di una sola settimana, la rabbia sia molto sbollentita.

Il 20 aprile Carlo V lascia Viterbo e prosegue il suo viaggio sulla via Francigena diretto a Siena e Firenze.

 

La triste solitudine di Thadea

 
Piazza Navona in un dipinto di Gaspar Van Wittel (particolare). Palazzo de' Cuppis è visibile in fondo sulla sinistra.

La vita matrimoniale di Thadea e Sinibaldo prosegue intanto con ogni probabilità tra Palazzo de’ Cuppis a Montefalco e Palazzo de’Cuppis in Piazza Navona a Roma, un tetto quest’ultimo che sembra quasi essere stato predestinato dalla Storia a custodire sotto chiave le vere identità di grandi personaggi. Solo pochi anni prima aveva infatti accolto con discrezione Felice della Rovere, la figlia di un papa monumentale. E ora ospitava i soggiorni romani di Thadea, figlia segreta del più potente degli imperatori.

La felicità nuziale però dura poco.

Trascorre qualche tempo e Thadea si ritrova infatti sola a causa della morte del marito Sinibaldo. Nel frattempo muore pure la madre Orsolina, si dice avvelenata dai fratelli.

Thadea, ancora ventisettenne, ma ormai vedova e completamente orfana di affetti familiari, in occasione del Giubileo del 1550 si trasferisce definitivamente a Roma dove si ritira a vita pia e appartata dal mondo.

Qui entra in contatto con un religioso domenicano, frate Pedro, un personaggio avvolto di mistero e ambiguità, che la sostiene dapprima come confessore e guida spirituale, e poi le si rivela come emissario di Carlo V e portatore di suoi messaggi riservati e personali.

Il 21 settembre 1558 si stacca però anche l’ultimo legame: Carlo V muore a Yuste, probabilmente di malaria, dopo tre settimane di dolorosa agonia.

Per Thadea si interrompe così bruscamente ogni contatto con la corte di Spagna. Frate Pedro d’improvviso svanisce nel nulla, non senza aver prima tradito il suo obbligo di riservatezza. Nonostante Thadea non abbia mai infranto il suo voto al silenzio, le voci sulle sue vere origini iniziano infatti a circolare a Roma in ambienti religiosi e nobiliari a lui riconducibili.

 

L’ostinata ricerca della verità

 
Ritratti di re Felipe II d'Asburgo, figlio di Carlo V e fratellastro minore di Thadea.

Thadea, liberata dall’obbligo morale verso il padre e dalla constatazione che il segreto ormai non è più tale, nel mese di maggio 1561 si attiva finalmente per raccogliere testimonianze scritte, anche indirette, che possano asseverare la propria verità, il fatto cioè di essere figlia naturale di Carlo V.

Il segreto è stato infatti così ben custodito, da rischiare di finire seppellito per sempre insieme ai suoi pochissimi depositari.

Il 12 ottobre 1562, nel giorno stesso in cui la Spagna celebra il settantesimo anniversario della scoperta del Nuovo Mondo, Thadea, ormai prossima ai quarant’anni, scrive da Roma una lettera accorata a re Felipe II, per ottenere da lui anche un minimo cenno di riconoscimento.

Ecco l’incipit:

Sacra Cesarea Maestà Catholica,

Piacque alla divina providenza, che con mirabile sapienza reggie il tutto, doppo un si longo crivellare, questa mia tanto manifesta verità, de ridurla a luce chiara…

Thadea affida il suo scritto a  “Camillo Aenobarbo, gentilhuomo Romano, già cameriero, della felice memoria, del Signor Marchese del guasto” e lo prega di recarsi di persona alla corte di Spagna per perorare la sua causa, supportato dalla documentazione testimoniale raccolta.

Camillo Enobarbo affronta il lungo viaggio e, una volta giunta alla corte di Spagna, richiede audizione segreta a Felipe II ed espone la vicenda di Thadea in tutti i suoi particolari.

Il dettagliatissimo resoconto appena raccolto dalla Cancelleria imperiale in realtà non fa che aggiungersi a numerosi altri documenti già posseduti e protocollati nell’Archivio del Consiglio di Stato della Corona spagnola, tra cui in primis figurano le risolutive lettere autografe di Carlo V alla “bien honoré signeure ma Dame Ursoline nommeé la Pennina de Perosa à Perosa”  (“molto onorevole signora madonna Ursolina detta la Pennina di Perugia, a Perugia”) in cui l’imperatore fa esplicito e inequivocabile richiamo a “notre fille Thadee” (“nostra figlia Thadea”).

Ad audizione conclusa, Don Gonzalo Perez - segretario di Stato di Felipe II, e prima ancora di Carlo V - ripone accuratamente tutte le carte all’interno di un’unica cartella e, a riprova dell’importanza e riservatezza dei materiali in essa contenuti, appone all’esterno le proprie iniziali.

Re Felipe II, tra documenti conservati nell’archivio imperiale e testimoni a lui vicini, dispone dunque di prove inoppugnabili che confermano l’assoluta veridicità della storia di Thadea.

Tra i tanti scritti in suo possesso appare particolarmente significativa la lettera che Felipe II aveva ricevuto pochi mesi prima da Thadea in cui la donna, da posizione di assoluta debolezza, invoca il suo potentissimo fratellastro minore di non nascondere al mondo  la “somma Verità”, non avendo lei alcun’altra pretesa di fama o ricchezza.

Vale la pena leggere alcuni passi di questa missiva, del tutto inedita, per comprendere meglio lo stato d’animo di Thadea, ove si trovano mescolate insieme, sofferenza e indomita caparbietà:


Sacra Chatolica Maestà,

Si come è lontano el cielo da la terra, così è differente et molto più li iuditii de gli huomini da quelli dell’infinita providentia del Santo Iddio […] et di questo la experientia alla giornata ogni dì ce lo fa manifesto; Può ben essere che alle volte la Verità sia offuscata […] ma alla fine la Verità risorgie con magior forza e più luce che prima […]. Così son certa e resoluta Sacra Maestà che succederà a me con l’aiuto del Santo Iddio che non lassa mai operare alcuna cosa in vano […]. E quello che tanto tempo aveva dissimulato e celato hora me lo convien desiderare, non per l’onore del mondo, non per le ricchezze, non per cosa niuna, ma solo per la Verità dove è la gloria del Santo Iddio, che se io mi mi havesse imaginato de venire ad tante contraditione de una così pura netta e chiara Verità, più presto mi sarei contentata de andare mangiando radice de erbe che venire ad questo […]. Né per questo restarò già mai di cercare e procurare ogni via e modo che la Maestà Vostra sia capace di questa sincera e chiara Verità, sì per scarico de la coscientia della Maestà Vostra che al punto estremo non habbia a dare conto di questo […]. E poi che serrà cognosciuta questa verità come spero nel Santo Iddio che lo farà per sua bontà e misericordia (non già che io lo meriti) farò cognioscere alla Maestà Vostra e a tutto il mondo quanto sia differente a desiderare le cose per li stati, per li tesori, per l’onor del mondo e desiderare solo per la Gloria e l’onore del Santo Iddio et questo è stato e serà sempre l’intento e il desiderio mio. Ma per venire alla resoluzione di questo fatto […] supplico più umilmente che io possa la Maestà Vostra, non per me ma per Gesù Cristo crocifisso, che mi faccia una delle doi gratie o vero mandi un suo gentilhuomo qui ad ritrovare la Verità di questo fatto o vero sia contenta di farmi avere il modo ch’io mi possa condurre alla presentia de la Maestà Vostra in quel modo e per quella via che più serà servita. E da la presentia e da la examina de la persona e de la bocha mia facilissimamente farà iuditio certo di questo fatto. E se la Maestà Vostra trovarà questo essere la Verità ch’io sia figlia (ancor che indegnissima) di quella felice e sancta Memoria de l’imperatore Carlo Quinto che sia in Gloria, la Maestà Vostra sarà scarica adpresso  il Santo Iddio e al mondo, e io contentissima senza sperarne mai cosa niuna de questa vita salvo de morirmene allhora alla presentia de la Maestà Sua in gratia del Santo Iddio […]. Né so come sia possibile che possa cadere ne l’animo di qual si voglia persona che una donna in così basso stato come io mi trovo si mettesse ad una impresa così grande  e così alta come è questa se non fosse più che la Verità […]. E di questa littera ne farò tante copie e le manderò per tante vie che una ne perverrà alle mani de la Maestà Vostra. Donde quanto summissamente e humilissimamente posso, supplico la Maestà Vostra che, per amore di quelle cinque piaghe che patì Nostro Signore Gesù Cristo chrocifisso per redimere l’umana generazione, voglia legere tutta questa littera e poi per la medesima via farmene dare quella gratissima risposta ch’io spero […].

Minima, Indegnia et inutilissima serva Tadea.”


Non conosciamo tuttavia la risposta di Felipe II, se mai vi fu.


Thadea muore poco tempo dopo, senza aver voluto rivelare al mondo il suo segreto, nel rispetto della volontà del padre.

Si spegne nel suo silenzio, presumibilmente a Roma, in circostanze che ancora oggi giacciono sepolte nei fondali della Storia.

 

Nota dell’autore

Sebbene possa apparire un romanzo, si tratta di una storia vera, sorprendentemente rimasta nell’oscurità per mezzo millennio.

Con una certa emozione sentiamo oggi di restituire alla “minima indegnia e inutilissima serva Tadea” ciò che in vita le era stata negato e che tanto aveva desiderato.

Cioè il semplice diritto di consegnare alla Storia la verità e il proprio nome completo: Thadea d’Asburgo, figlia di Carlo V Imperatore.

Perugia, 25 luglio 2017


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MARGARITELLI, Andrea. Thadea. La figlia segreta di Carlo V. Fondazione Guglielmo Giordano, Perugia, 2017. ISBN 9788894164329.

AA. VV. Thadea. La figlia segreta di Carlo V. Edizione integrale e documentata, in corso di pubblicazione per Viella Editrice.


Credits

I documenti d'archivio citati nel testo sono stati consultati in originale dall’autore presso l’Archivo General de Simancas, che è titolare di tutti i relativi diritti, grazie alla disponibilità del Ministerio de Educación, Cultura y Deporte del Governo di Spagna.

Si ringrazia inoltre per la preziosa collaborazione:

Corrado Di Bacco

Anna Mossuto

Aleix Oromi

Giovanni Tarpani